RICORDANDO ELI

10 novembre 2004
 
 
Un anno fa, più o meno in questi giorni, il 17 novembre del 2003, ci lasciava la dottoressa Elisabetta, Eli come la chiamavo io.
Parlare di una persona che non è più fra noi, con la quale si è lavorato fianco a fianco, che per molti anni è stata una preziosa collaboratrice, è sempre molto difficile, ma ci proverò ugualmente. La morte, come molti hanno già detto, è l’unico evento che non fa differenze: giunge improvvisa e travolge tutti con la stessa durezza, senza fare distinzioni fra giovani e anziani. Si soffre per gli uni e per gli altri; nessuna morte lascia indifferenti ma, quando interrompe una vita ancora giovane, fa ancora più male.
Penso a tutti i progetti che Elisabetta aveva nella mente e nel cuore, ricordo i suoi occhi di mamma che, teneri, osservavano Francesca crescere e diventare grande, rivedo il suo sguardo di moglie che, amorevole, si posava sul marito. Ricordo la voglia di vivere che Elisabetta portava dipinta sul volto, voglia che sembrava appartenere solo a lei, ricordo il suo amore per l’aria aperta, per il vento che le accarezzava i capelli quando in sella alla moto seguiva i pendii della montagna per giungere in cima al passo, magari quello dello Stelvio.
Ognuno di noi, a 38 anni, con una famiglia felice attorno a sé, un lavoro che ama e lo gratifica, guarda al futuro con gli occhi della speranza, desidera ardentemente che i propri figli crescano con la gioia nel cuore, la stessa che ha riempito la sua infanzia.
Come può, allora, quest’esplosione di vita gioiosa essere spezzata e, soprattutto, come può tracciare, con profonda sofferenza, l’ultimo tratto di un’esistenza precocemente stroncata?
Nessun uomo può dare una risposta convincente a queste dolorose domande; all’uomo di fede non resta che la contemplazione della croce del Cristo, quale immenso spirito di sacrificio del figlio di Dio verso l’Umanità: è qualcosa che solo Gesù col Suo messaggio ci può aiutare a comprendere.
A noi tutti rimane l’estrema prova d’amore verso Elisabetta: lasciarla partire in piena serenità per raggiungere la Meta più importante, nella gioia suprema della sua comunione col Padre.

                                                                          Andrea Braguti

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