LA FORZA DELLA VERITA'

23 settembre 2009

Talmente spesso ci sentiamo rivolgere l’invito ad essere noi stessi, che ormai questa frase ha assunto un significato quasi ovvio. I protagonisti di reality e talk show si sono impadroniti di questa affermazione tanto che declamano orgogliosamente la propria soddisfazione per aver conquistato l’apprezzamento del grande pubblico televisivo soprattutto per il fatto di “essere stati loro stessi”. Essere se stessi è indubbiamente qualcosa di più complesso: se dovessi dare una definizione,  mi piacerebbe identificarla con quella che farebbe risalire il nostro stato alla nostra vera essenza, come se non avessimo subito i condizionamenti che ci hanno resi quello che siamo oggi. Per essere veramente noi stessi dovremmo tornare bambini, eliminare le influenze esercitate su di noi da parte dei nostri genitori, di chi ci ha educato e dell’ambiente sociale in generale che hanno accompagnato il nostro sviluppo e a quel punto ritornare grandi, usando le nostre esperienze vissute per poter far crescere quel bambino privo di condizionamenti che potrà diventare un adulto maturo ed equilibrato.
Ipotesi questa alquanto utopistica: nella realtà invece quando qualcuno ci fa un’osservazione, un appunto e ci sentiamo attaccati, feriti nel nostro intimo, capita spesso che reagiamo in maniera abnorme. Ci lasciamo prendere dall’ira, alziamo il tono di voce, ci opponiamo insomma con violenza. Siamo sicuri che questo sia il nostro vero modo di rapportarci? Siamo sicuri di essere noi stessi quando urliamo contro altre persone o è piuttosto un modello comportamentale che si è sviluppato durante la nostra crescita? Abbiamo mai avuto esperienza che i nostri educatori reagissero con dolcezza, moderazione, con un tono di voce pacato, alle nostre osservazioni o rilievi? E come avremmo potuto imparare a reagire diversamente se ci hanno “urlato addosso” per tutta una vita?
Riprendere in mano il proprio essere diventa a questo punto un  paziente lavoro di de-condizionamento che deve però disinnescare meccanismi ormai consolidati da anni di identificazione in modelli per noi molto influenti. Riuscire in questo difficile cammino non è semplice ed è un percorso che ci deve impegnare per tutta la nostra esistenza, ma ci sono alcuni punti fermi che ci possono aiutare a rendere la strada più facilmente percorribile. Molte volte quello che ci trasforma e che ci fa apparire diversi da quello che siamo nel nostro profondo è il fatto di sentirci messi in discussione o non sufficientemente apprezzati dagli altri, spesso dalle persone a noi più vicine. Innanzi tutto dobbiamo ricordare che chi ci sta ferendo, spesso anche inconsapevolmente, è stato a sua volta ferito:  in altre parole tende frequentemente a ferire gli altri chi lo è già stato a sua volta. La sofferenza ed il dolore sono difficili da comprendere nella loro essenza, anche se in qualche caso, come ho scritto molte volte a proposito della malattia, ci fanno crescere, maturare. Non capendo lo scopo o l’utilità di uno strazio che ci colpisce riversiamo sugli altri la nostra capacità reattiva che prende una strada improduttiva composta di rabbia ed aggressività che, a loro volta, innescano una catena di reazioni composte da sentimenti ed emozioni certo non piacevoli da vivere. Potremmo valutare il fatto diversamente se riuscissimo a pensare che la persona che in quel momento ci sta aggredendo lo sta facendo perché a sua volta è stata aggredita. Senza il risentimento riflesso potremmo ascoltare il nostro bambino interiore che ci farebbe sentire quello che lui avrebbe fatto. Non possiamo escludere a priori che di fronte ad un’aggressione si possa reagire cercando di consolare l’aggressore e non assalendolo a nostra volta.
Essere se stessi potrebbe perciò significare rinunciare alla propria affermazione o alle proprie idee? Non direi proprio: a dimostrarcelo ci sono fior di esempi di uomini – e non solo – che hanno fatto della nonviolenza la filosofia della propria vita. Non penso che si possa ignorare la rivoluzione messa in atto da Gesù di Nazareth attraverso un gesto d’amore di portata “divina” che lo ha spinto a sacrificare la propria vita terrena per la salvezza dell’uomo. Risalendo la storia di questi duemila anni fino ai nostri giorni, seguendo la strada che Cristo ha tracciato, troviamo gli esempi di S.Francesco, S.Chiara, S.Giovanni Bosco, Gandhi, Martin Luther King e quelli meno eclatanti di tante persone comuni che ci hanno dimostrato come l’amore sia la forza più grande di cui l’uomo possa disporre.
Il Mahatma Gandhi usava un neologismo della lingua indiana per definire quello che era il suo modo di essere ed il suo operato: Satvagraha, che letteralmente significa forza della verità (satva: verità, graha: forza). Gandhi adottò tale termine per distinguere la “nonviolenza del forte” dalla resistenza passiva, la quale può coincidere con la “nonviolenza del debole”, che potrebbe anche significare rinunciare ad essere se stessi.

Andrea Braguti

 

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