LA MALATTIA INSEGNA
Essere a contatto quotidianamente con la malattia, soprattutto se grave, significa rispettarla profondamente per l’impatto che può avere sulla vita di una persona. Il tentativo di spostare l’ospedale a casa con l’aiuto dei servizi di medicina domiciliare ha portato il farmacista ad un contatto frequente con persone con grossi disagi. Spesso incontriamo le persone che si occupano dell’assistenza alla persona malata, più raramente riusciamo a tenere i contatti diretti con chi tentiamo comunque, nei nostri limiti, di aiutare. A queste persone, a coloro che soffrono e stanno lottando per vincere la propria battaglia spero possano giungere queste mie parole. Vorrei che non sembrasse una raccomandazione dall’esterno, da uno che nella propria vita abbia solo cercato di curare: so perfettamente cosa significa passare nel percorso accidentato di una malattia grave, perché è un’esperienza che ho avuto la possibilità di vivere. E’ per questo che le mie convinzioni non devono essere scambiate per un approccio un po’ semplicistico al problema della malattia e del ristabilirsi degli equilibri vitali più corretti. La scoperta che ho sperimentato sulla mia pelle è che la malattia ci insegna sempre qualcosa. Con l’eccezione dei bambini che non dovrebbero soffrire mai perché innocenti e ancora privi di esperienze, tutti noi abbiamo una grossa chance nel momento in cui il nostro organismo ci trasmette un messaggio di aiuto. Quasi sempre il corpo o l’inconscio ci lanciano piccoli segnali premonitori, che però spesso preferiamo ignorare, lasciandoci travolgere dalle esigenze del mondo esterno e dimenticando noi stessi e quanto siamo preziosi. Nessuno infatti può essere utile agli altri se non ha ben chiaro il beneficio che può arrecare a se stesso. Certo capire cosa cerchino di dirti il tuo corpo e il tuo inconscio nel momento in cui ti viene diagnosticata una malattia di una certa gravità non è cosa semplice, ma ci si può provare. Io spero di aver capito qualcosa in quel susseguirsi di emozioni che si accompagnano ad un tragitto abbastanza comune alla maggior parte delle infermità: un medico stila una diagnosi, ti prospetta un percorso terapeutico più o meno accidentato, più o meno denso di sofferenza e tu ti adatti per quello che riesci, per quello che ritieni giusto, ponendoti però allo stesso tempo un’infinità di domande alle quali, spesso, la medicina non sa rispondere. Perché? Perché proprio a me? Avrei potuto evitarlo? Sono tra le più comuni che circolano tra i cosiddetti “sfortunati” che si trovano a vivere patologie serie. Spesso il pessimismo che sottende queste domande sposta l’attenzione dalla ricerca di un significato profondo della sofferenza, qualora ovviamente esista, e le difficoltà diventano solo momenti da cui allontanarsi il più in fretta possibile. Io ritengo invece che ogni istante della nostra vita, anche il peggiore, contribuisca a farci diventare quello che siamo, nel bene e nel male, ma sia comunque parte di noi. Rinunciare alla sua comprensione significherebbe non riconoscerlo e, in un certo senso, vanificarlo. La guarigione invece si accompagna spesso ad una accettazione del disagio e ad uno sforzo per capirlo e superarlo. Certo se lo svolgersi della nostra vita ci ha portati a quel punto significa che qualcosa che non funzionava proprio bene c’era, di qualunque natura essa fosse. La logica imporrebbe un cambiamento, non necessariamente eclatante o scenografico, ma profondo. Anche piccolo, ma significativo. Spesso riguarda il nostro modo di sentirci: una scarsa autostima o un’eccessiva durezza e intransigenza verso noi stessi ci porta verso l’autodistruzione. Come può infatti il nostro corpo stare bene se il proprio centro pensante, la mente, continua ad elaborare situazioni di scarsa considerazione che coinvolgono tutto il nostro essere? Il gradino, apparentemente non insormontabile, sta in questo caso in un reale cambiamento della considerazione profonda verso noi stessi. Superficialmente tutti saremmo in grado di compierlo, praticamente è una delle cose più difficili da raggiungere, ma la malattia ci offre anche questa chance: una motivazione in più per cambiare e per vivere.
Andrea Braguti
..."Basta con gli
eufemismi. Chiamiamo le cose con il loro nome: Dulce ha il cancro".
Silenzio assoluto.
"E' la malattia del secolo ed è arrivata anche alla nostra porta",
insiste Isabela.
"E' la malattia che le donne si auto infliggono", risponde Floreana.
"E' la malattia della rabbia repressa", aggiungo io.
"Non so se della rabbia", dice Isabela, "ma sicuramente
dell'infelicità"....
Marcela Serrano
L'albergo delle donne tristi
Ed.: Feltrinelli