LA PSICO-ONCOLOGIA
Come qualche volta accade il caso ha voluto che,
scorrendo gli annunci su una bacheca in Ospedale, incappassi in un
comunicato della Società Italiana di Psico Oncologia. A prima vista
mi è sembrato impossibile che la ricerca portata avanti dal mio
maestro, il dott. Oreste Speciani, potesse essere coltivata oggi da
altri medici e ricercatori, ma dando un’occhiata alla rete mi sono
dovuto ricredere. La Società, nata nel lontano 1985, nel 2006 ha
organizzato l’VIII Congresso mondiale di psico-oncologia, in
collaborazione con l’Università di Ferrara e con l’International
Psyco-Oncology Society. Vi hanno partecipato delegati di una
sessantina di paesi provenienti da tutte le parti del mondo.
Da un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore Sanità subito dopo il
congresso dal Presidente dell’associazione, il dott. Luigi Grasso
della Clinica Psichiatrica dell’Università di Ferrara, estraggo gli
obiettivi di questa nuova importante branca della medicina:
approfondire in maniera scientifica i problemi legati alla parte del
cancro che rimane immutabile, pur nel continuo progresso segnato in
questi ultimi anni dalla ricerca e dalle cure della malattia. “Il
dolore, l’equivalenza cancromorte, l’effetto traumatico delle
terapie, la demoralizzazione o la depressione, le conseguenze nei
rapporti con la famiglia e l’ambiente lavorativo, la costante
preoccupazione per le ricadute, sono solo alcuni tra gli
innumerevoli problemi che chi si ammala di cancro e i suoi familiari
devono affrontare durante il viaggio nella malattia.”
La psico-oncologia considera come propria “mission” il “prendersi
cura” in senso globale del paziente oncologico, e non solo il fatto
di curarlo in senso propriamente tecnico: questo deve essere alla
base dei trattamenti in oncologia per garantire alle persone colpite
dal cancro ed ai loro familiari il diritto a risposte specifiche
rispetto ai propri bisogni emozionali ed interpersonali.
Già gli atti del Congresso del 2006 hanno confermato che il 40% dei
pazienti affetti da cancro presenta condizioni cliniche di
depressione e di ansia che, tuttavia, vengono riconosciute dai
medici, e quindi trattate, solo in un terzo dei casi. Esiste ancora
una diffusa tendenza ad attribuire una connotazione negativa al
disagio psichico provato dalle persone affette da cancro a causa dei
molti pregiudizi e di radicati sentimenti di vergogna che
impediscono di curare correttamente i problemi emozionali. Tutto
questo assume particolare rilievo se si considera come tali problemi
influenzino negativamente la qualità di vita delle persone colpite o
guarite dalla malattia, riducano od alterino le risposte e i
meccanismi crono-biologici individuali, con possibile influenza
negativa sulla prognosi.
Sulla base di queste premesse gli specialisti hanno espresso una
raccomandazione che la mia esperienza personale di paziente
oncologico mi ha fatto totalmente condividere da sempre: esiste la
necessità che i medici imparino a comunicare in maniera più
specifica con i propri pazienti, parlando in maniera aperta della
malattia, nel rispetto della personalità di ogni singolo individuo,
e facilitando l’espressione delle emozioni.
Un ulteriore passo in direzione della comprensione dell’unitarietà
di trattamento nei confronti del malato sono i dati che indicano
come gli interventi psicooncologici comportino “una significativa
riduzione del dolore, dell’ansia e della depressione, un
miglioramento della qualità di vita e un’azione positiva su diversi
parametri biologici indicatori di stress. Il tema della “speranza” è
emerso come area centrale nella dignità delle persone colpite dal
cancro. La speranza non rappresenta necessariamente l’equivalente
della guarigione, ma, quando questa non è più possibile, riguarda
molte altre dimensioni, quali la certezza di non essere abbandonati,
il non sentirsi di peso per i propri cari e la consapevolezza di
aver lasciato una traccia nella propria esistenza.”
Nonostante siano idee che da anni cerco modestamente di diffondere,
anche da questi fogli a cui molti di Voi sono affezionati,
ritrovarli in veste scientifica ed ufficiale negli atti di un
congresso internazionale mi ha spinto a continuare in questa
difficile opera di divulgazione di concetti apparentemente
complessi, ma che, ho scoperto, raggiungono molte menti e,
soprattutto, molti cuori. Alcuni dati fondamentali come l’inutilità
della “vergogna del prendersi cura delle proprie emozioni” e
l’importanza della “speranza” dovrebbero diventare patrimonio comune
di tutti, perché solo così potremo vincere la sfida del “male
incurabile”, che, come ci insegna l’AIRC, deve perdere le sue due
prime lettere…
Andrea Braguti