LA PSICO-ONCOLOGIA

04 febbraio 2011

Come qualche volta accade il caso ha voluto che, scorrendo gli annunci su una bacheca in Ospedale, incappassi in un comunicato della Società Italiana di Psico Oncologia. A prima vista mi è sembrato impossibile che la ricerca portata avanti dal mio maestro, il dott. Oreste Speciani, potesse essere coltivata oggi da altri medici e ricercatori, ma dando un’occhiata alla rete mi sono dovuto ricredere. La Società, nata nel lontano 1985, nel 2006 ha organizzato l’VIII Congresso mondiale di psico-oncologia, in collaborazione con l’Università di Ferrara e con l’International Psyco-Oncology Society. Vi hanno partecipato delegati di una sessantina di paesi provenienti da tutte le parti del mondo.
Da un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore Sanità subito dopo il congresso dal Presidente dell’associazione, il dott. Luigi Grasso della Clinica Psichiatrica dell’Università di Ferrara, estraggo gli obiettivi di questa nuova importante branca della medicina: approfondire in maniera scientifica i problemi legati alla parte del cancro che rimane immutabile, pur nel continuo progresso segnato in questi ultimi anni dalla ricerca e dalle cure della malattia. “Il dolore, l’equivalenza cancromorte, l’effetto traumatico delle terapie, la demoralizzazione o la depressione, le conseguenze nei rapporti con la famiglia e l’ambiente lavorativo, la costante preoccupazione per le ricadute, sono solo alcuni tra gli innumerevoli problemi che chi si ammala di cancro e i suoi familiari devono affrontare durante il viaggio nella malattia.”
La psico-oncologia considera come propria “mission” il “prendersi cura” in senso globale del paziente oncologico, e non solo il fatto di curarlo in senso propriamente tecnico: questo deve essere alla base dei trattamenti in oncologia per garantire alle persone colpite dal cancro ed ai loro familiari il diritto a risposte specifiche rispetto ai propri bisogni emozionali ed interpersonali.
Già gli atti del Congresso del 2006 hanno confermato che il 40% dei pazienti affetti da cancro presenta condizioni cliniche di depressione e di ansia che, tuttavia, vengono riconosciute dai medici, e quindi trattate, solo in un terzo dei casi. Esiste ancora una diffusa tendenza ad attribuire una connotazione negativa al disagio psichico provato dalle persone affette da cancro a causa dei molti pregiudizi e di radicati sentimenti di vergogna che impediscono di curare correttamente i problemi emozionali. Tutto questo assume particolare rilievo se si considera come tali problemi influenzino negativamente la qualità di vita delle persone colpite o guarite dalla malattia, riducano od alterino le risposte e i meccanismi crono-biologici individuali, con possibile influenza negativa sulla prognosi.
Sulla base di queste premesse gli specialisti hanno espresso una raccomandazione che la mia esperienza personale di paziente oncologico mi ha fatto totalmente condividere da sempre: esiste la necessità che i medici imparino a comunicare in maniera più specifica con i propri pazienti, parlando in maniera aperta della malattia, nel rispetto della personalità di ogni singolo individuo, e facilitando l’espressione delle emozioni.
Un ulteriore passo in direzione della comprensione dell’unitarietà di trattamento nei confronti del malato sono i dati che indicano come gli interventi psicooncologici comportino “una significativa riduzione del dolore, dell’ansia e della depressione, un miglioramento della qualità di vita e un’azione positiva su diversi parametri biologici indicatori di stress. Il tema della “speranza” è emerso come area centrale nella dignità delle persone colpite dal cancro. La speranza non rappresenta necessariamente l’equivalente della guarigione, ma, quando questa non è più possibile, riguarda molte altre dimensioni, quali la certezza di non essere abbandonati, il non sentirsi di peso per i propri cari e la consapevolezza di aver lasciato una traccia nella propria esistenza.”
Nonostante siano idee che da anni cerco modestamente di diffondere, anche da questi fogli a cui molti di Voi sono affezionati, ritrovarli in veste scientifica ed ufficiale negli atti di un congresso internazionale mi ha spinto a continuare in questa difficile opera di divulgazione di concetti apparentemente complessi, ma che, ho scoperto, raggiungono molte menti e, soprattutto, molti cuori. Alcuni dati fondamentali come l’inutilità della “vergogna del prendersi cura delle proprie emozioni” e l’importanza della “speranza” dovrebbero diventare patrimonio comune di tutti, perché solo così potremo vincere la sfida del “male incurabile”, che, come ci insegna l’AIRC, deve perdere le sue due prime lettere…

 

Andrea Braguti