QUANDO LA TESTA ROVINA LA SALUTE

23 aprile 2005
 
QUANDO LA TESTA ROVINA LA SALUTE  

Non tutti sono d’accordo, ma la “testa” è la causa scatenante delle più comuni situazioni di depressione, più o meno gravi, che in questa stagione tendono a riacutizzarsi. La mente comincia ad “elaborare” – riciclare – pensieri, e tutta la nostra persona ne diventa schiava. Si instaurano meccanismi molto simili al “famoso cane che si morde la coda”: i pensieri creano nuovi pensieri e nessuno di essi risolve il problema nato dal precedente. Il risultato finale è una moltiplicazione all’ennesima potenza di domande senza risposte o, peggio ancora, di risposte che creano nuove domande. Di fronte a questa confusione totale e a questi giochi improduttivi che la mente elabora, può accadere di sentirsi inadeguati alla situazione. Riusciamo a sentirci padri e madri in colpa verso i propri figli, figli che non si sono mai sentiti compresi dai propri genitori, lavoratori che non vengono sufficientemente valorizzati dai propri datori di lavoro, compagni e compagne che non si sentono stimati nella misura desiderata dal proprio partner, amici che vengono continuamente traditi da persone di cui pensavano di potersi fidare ciecamente. Questi sono solo i primi e forse più consueti meccanismi mentali che in questo momento mi sovvengono.
Può uno qualunque dei problemi che ho citato essere risolto a tavolino attraverso un percorso mentale? Direi proprio di no. La mente continuerà all’infinito a proporci soluzioni non efficaci, le sue, visto che continuiamo a rotolarci nei nostri problemi – uno solo, in fondo – senza avere la possibilità, in tal caso, di alzarci in piedi e guardare quanto ciò sia inutile.
E’ possibile, quindi, essere felici e, soprattutto, il fondamento naturale dell’uomo è la gioia?
Le situazioni che ho ricordato precedentemente a ben guardare hanno in comune un dato di base che condiziona lo sviluppo delle singole realtà: ogni volta facciamo dipendere la nostra felicità – ideale – dal comportamento degli altri (amici, compagni-e, figli, datori di lavoro) e dal nostro ego. Far dipendere il nostro stato di felicità dagli altri significa assoggettarlo alla loro approvazione. La disapprovazione altrui o del nostro ego impropriamente dilatato ci renderanno tristi e depressi.
Un solo suggerimento è possibile: rinunciare a questa felicità-dipendente per ritrovare la gioia autentica, nostra per diritto di nascita.
Renderci liberi dal giudizio altrui significa anche slegarci dagli aspetti positivi che propone –accattivanti, ma in tal caso ingannevoli – e quindi non salire alle stelle con l’umore, per poi cadere in profonda depressione in caso contrario. Anche visivamente si può intravedere quella sindrome detta “a yo-yo” o “up and down” (su e giù, in italiano) tipica delle forme depressive.
Un’altra situazione che condiziona pesantemente il nostro stato mentale è rappresentata dall’obbligo che la società moderna impone all’individuo: quella di realizzare sempre nuovi obiettivi che generano ansie per il loro raggiungimento e per il loro progressivo moltiplicarsi. Avere obiettivi quindi genera ansia; non averne produce rilassatezza. Una soluzione potrebbe essere quella di eliminare gli obiettivi trasformandoli in preferenze, neutralizzando così la componente ansiogena. La differenza tra preferenze ed obiettivi è che i secondi devono essere raggiunti, le prime è piacevole raggiungerle.
Un maggior distacco dalle cose che questo mondo ci intima di raggiungere ogni giorno ed una migliore conoscenza del nostro io più profondo ci potranno aiutare a vivere nella gioia e in quell’equilibrio psico-fisico che comunemente amiamo definire salute.

Andrea Braguti