HO INCONTRATO UNO SCIAMANO

14/10/2006
 
Ho avuto la fortuna di incontrare uno “sciamano”. Uno sciamano friulano che ha lasciato un po’ del suo cuore in Africa, lottando con tutte le sue forze per raggiungere lo scopo che si era prefissato: quello di diventare un “bravo medico”. Alcuni sostengono che la cosa importante per un medico sia quella di potersi definire “guaritore”, oltre che laureato in medicina e quindi in possesso degli opportuni requisiti tecnico-legali. Essere guaritore è una caratteristica che mi fa accostare i medici che stimo agli sciamani delle tribù africane, personaggi carismatici intorno ai quali si creava l’universo magico e spirituale di intere comunità. Per meglio illustrare questo concetto mi rifaccio ad una citazione di uno studioso del settore che spiega come “lo sciamano diventa padrone di tecniche divinatorie e di metodi per dialogare con gli spiriti”, inoltre puntualizza come il suo operato “non si riduce ad una semplice pratica magica, ma risulta un’esperienza rivolta ad acquisire la forza dell’energia universale attraverso una continua ricerca della conoscenza” (M.Centini). Rimane imprescindibile la grande capacità di stabilire rapporti con le persone e con le anime di queste persone dotate di poteri straordinari.
Torno al mio guaritore per aggiungere qualche dettaglio: si laurea e si specializza a Trieste e poi durante il servizio militare accetta di partecipare alla missione ONU in Mozambico. Qui rimane per quasi tutto il periodo di naja e vi contrae l’inguaribile “mal d’Africa”. Come molti dei nostri ragazzi in giro per il mondo in missioni internazionali, si fa amare da tutti diventando per la popolazione africana “lo sciamano bianco”. Quando ti parla di quei giorni gli luccicano gli occhi e rivedi nei suoi quelli dei tanti bambini che ha aiutato. Dice spesso, come tutti quelli che hanno avuto la fortuna e la possibilità di poter soccorrere le popolazioni africane, che la gratitudine di questi popoli è immensa: riescono a farti sentire, con tutte le capacità di cui dispongono, un grande uomo. A un certo punto della sua vita ha deciso di aiutare anche me, dopo che le nostre strade si erano incrociate ed io avevo messo la mia vita nelle sue mani. Gli ho fatto presente che aiutarmi avrebbe significato prendermi sulle sue spalle e attraversare insieme un immenso fiume, come quelli della sua cara Africa. Non ho finito la frase: mi ha preso sulle spalle, come hanno fatto i suoi conterranei tentando di salvare i sopravvissuti del terribile terremoto del 1976, ed ha cominciato a camminare verso l’acqua, ha superato la riva ed è entrato nel fiume, che insieme ci siamo proposti di attraversare. Ogni persona che soffre ha di fronte sempre uno spazio immenso di dolore da attraversare, farlo con qualcuno che cerca di aiutarti ti dona la possibilità di alleggerire la durezza del percorso. Le persone che ti amano sono sempre con te, qualche volta invece chi ti cura non mette completamente in gioco se stesso. Questo significa per il malato sentirsi abbandonato, costretto a lottare per la propria salute da solo o sentirsi considerato un numero o semplicemente un caso clinico da risolvere. Qualche volta mi è capitato di ricevere l’obiezione che un eccessivo coinvolgimento emotivo può danneggiare lo svolgimento della professione medica, ma ritengo che questo sia solo un modo per non essere reso direttamente partecipe della sofferenza dei propri pazienti. Possiamo dire che ciò abbia a che fare con la passione per quello che più che un lavoro è sempre stata considerata una missione? Oserei dire proprio di no.
Nella foresta però, fortunatamente ogni tanto ti imbatti in uno sciamano: il mio ha un nome italiano, Marco.

                                                                    Andrea Braguti